Corriere della Sera: Remo Salvadori, l’addio sottovoce di un vero artista

May 19, 2026

di Gianluigi Colin


Nel suo studio accoglieva gli amici con i suoni sospesi e ammalianti delle campane tibetane. E così, avvolti da una atmosfera di prodigio, ci si immergeva nel suo mondo elegante e sofisticato che toccava le vette più alte della spiritualità.

Remo Salvadori se n’è andato come ha vissuto tutta la sua esistenza: con quell’idea di pace che accompagna un addio consapevole. E anche per questo si comprende il perché la moglie Sally, le figlie Olivia e Rebecca, abbiano voluto assecondare i voleri dell’amato Remo e scelto di non dare la notizia se non a funerali fatti, lasciando come voleva, almeno «una settimana di silenzio». Una sorta di pausa che descrive perfettamente il carattere delicato di Remo Salvadori, che anche con questa scelta sembra preservare gli amici dal dolore e dalle emozioni di un inaspettato saluto doloroso. Remo Salvadori era proprio così: parlava sottovoce, con lentezza, sorrideva e con gioia costruiva quel legame indissolubile tra arte e vita.

La scomparsa di Remo Salvadori (Cerreto Guidi, Firenze, 1947) lascia un vuoto difficile da misurare nell’arte italiana e internazionale, e non solo per qualità della statura umana, animata da un’indole delicata e gentile, che lo faceva apparire a tutti, lui con quel fare ieratico, la barba e i capelli bianchi, come un fedele amico saggio. Cosa rara nel mondo dell’arte. La sua opera non occupa soltanto uno spazio importante nel panorama dell’arte concettuale (che lambisce quella dell’Arte Povera) ma appare importante anche per le tematiche affrontate, quelle della coscienza e della consapevolezza di sé e del mondo.

Sta infatti qui la specificità artistica di Salvadori: la sua è una ricerca che già a partire dagli anni Settanta ha affrontato un linguaggio personale e riconoscibile intorno alla scultura, all’installazione e ai numerosi interventi site-specific. Remo Salvadori ha operato sull’interazione tra l’osservatore e la natura: ha esplorato elementi come l’acqua, il colore e i metalli. Ha soprattutto indagato le mutazioni alchemiche, i flussi di conoscenza e quelli di coscienza.

Nella sua ricerca il metallo è sempre un organismo sensibile e vitale: il rame, il piombo, l’oro, l’acciaio respiravano. Ogni superficie — lo abbiamo visto anche nella copertina de «la Lettura» #321 del 21 gennaio 2018 — sembra custodire una temperatura mentale, una vibrazione interiore. Le sue forme, il cerchio, la stella, l’anello, la linea sospesa, non chiedono mai un’interpretazione rigorosa, al contrario invitano solo alla disciplina dell’ascolto.
Per questa ragione Salvadori non ha mai costruito sculture come oggetti conclusi, ma come soglie di attenzione, campi di energia in cui il tempo sembra rallentare fino a diventare percezione pura. Ne è esempio un lavoro bellissimo e potente come Continuo infinito presente: un grande cerchio di acciaio intrecciato che sembra non avere un inizio né una fine. Quel filo è stato esposto nell'estate 2025 a Milano, a Palazzo Reale, per la mostra diffusa Remo Salvadori. Di quell’opera esistono più versioni: a marzo del 2026 l’artista ha donato quella del 2003 alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma. Cerchi infiniti. A dimostrazione del senso più autentico e senza tempo dell’arte. Quello che il nostro Remo ci sussurrava all’orecchio con dolcezza.

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